Frammenti di antropologia anarchica

È uscito da poco Frammenti di antropologia anarchica di David Graeber, tradotto in italiano da Alberto Prunetti per Eleuthera.

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Il libro è liberamente scaricabile nella versione inglese. Ne segnaliamo una recensione e riportiamo un brano della traduzione:
Un manifesto (abbastanza breve) sul concetto di rivoluzione

Il termine “rivoluzione” ha perso inesorabilmente di importanza nell’uso ordinario, al punto che adesso può significare qualsiasi cosa. Ormai abbiamo una rivoluzione ogni settimana: rivoluzioni nei servizi di credito, rivoluzioni cibernetiche, rivoluzioni mediche, una rivoluzione su internet ogni volta che qualcuno inventa un software più intelligente.

Una retorica del genere è possibile soltanto perché la definizione comune di rivoluzione ha sempre implicato l’idea di un cambiamento di paradigma: un’interruzione netta, una rottura fondamentale nella natura della realtà sociale in seguito alla quale la realtà funziona diversamente e le categorie invalse non sono più valide. In questo senso è possibile affermare che il mondo moderno è il risultato di due “rivoluzioni”, quella francese e quella industriale, nonostante il fatto che non abbiano niente in comune al di là di essere uno spartiacque con tutto quello che le precedeva. Ellen Meskins Wood ha osservato che abbiamo preso la strana abitudine di parlare della “modernità” come se questa implicasse una combinazione tra la dottrina economica inglese del laissez faire e le teorie francesi sul governo repubblicano, anche se queste due tendenze non si sono mai realizzate insieme: la rivoluzione industriale si realizzò sotto una costituzione inglese stravagante, antiquata e ancora in gran parte medievale, mentre la Francia del XIX secolo non aveva niente a che fare con il laissez faire.

(Un tempo i “paesi in via di sviluppo” subivano il fascino della rivoluzione russa, forse perché in essa le due rivoluzioni sembravano coincidere: una conquista del potere nazionale che conduceva a una rapida industrializzazione. Di conseguenza nel XX secolo quasi ogni governo del Sud del pianeta determinato a raggiungere i livelli di sviluppo economico delle regioni industrializzate doveva anche dichiarare di essere un regime rivoluzionario.)

Se dietro a tutto questo si nasconde un errore logico, esso si basa sull’ipotesi che il cambiamento sociale e tecnologico prenda la stessa forma di ciò che Thomas Kuhn ha definito “la struttura delle rivoluzioni scientifiche”. Kuhn si riferisce a eventi come il salto dall’universo di Newton a quello di Einstein: all’improvviso si verifica un passo in avanti di tipo intellettuale, e dopo l’universo è differente. L’applicazione di questo principio al di fuori delle rivoluzioni scientifiche implica l’equivalenza tra la nostra conoscenza del mondo e il mondo stesso, con il corollario che nel momento in cui cambiamo i principi alla base della nostra conoscenza, anche la realtà si modifica. Ma di fatto il mondo non è obbligato a rispondere alle nostre aspettative, e se la “realtà” si riferisce a qualcosa, questo qualcosa è proprio ciò che non può essere interamente racchiuso nelle nostre costruzioni mentali. Le totalità, in particolare, sono sempre un parto dell’immaginazione. Le nazioni, le società, le ideologie, i sistemi chiusi… niente di tutto questo esiste veramente. La realtà è sempre più caotica, anche se la fiducia in concetti come questi fornisce un’innegabile forza sociale. Da un lato l’abitudine a pensare che definisce il mondo o la società come un sistema totalizzante (in cui ogni elemento acquista il proprio senso solo in relazione con gli altri) conduce quasi inevitabilmente a un’immagine della rivoluzione come un cataclisma devastante. Senza una rottura del genere, come potrebbe infatti un sistema totalizzante essere sostituito da un sistema completamente differente? La storia umana si trasforma quindi in una serie di rivoluzioni: la rivoluzione neolitica, la rivoluzione industriale, la rivoluzione informatica, etc., e il sogno politico diventa controllare in qualche modo questo processo: raggiungere il punto in cui noi stessi riusciamo a produrre una rottura, un balzo in avanti che non si limita semplicemente ad accadere, ma viene prodotto come risultato diretto di una qualche volontà collettiva. “La rivoluzione” propriamente detta.

Allora non desta meraviglia che nel momento in cui i pensatori radicali hanno dovuto abbandonare questo sogno, la loro prima reazione è stata quella di raddoppiare i loro sforzi per vedere rivoluzioni ovunque, al punto che agli occhi di Paul Virilio la rottura è lo stato permanente del nostro essere, mentre per Jean Baudrillard il mondo cambia completamente ogni due anni, ogni volta che lui ha un’idea nuova.

Con questo non voglio rifiutare drasticamente queste totalità immaginarie, anche ammettendo l’ipotesi, alquanto improbabile, che sia possibile rifiutarle completamente, considerato che sono probabilmente uno strumento necessario del pensiero umano. Voglio soltanto che sia chiaro che non sono nient’altro che strumenti del pensiero. Ad esempio, non è male porsi domande come le seguenti: “Dopo la rivoluzione, come organizzeremo i rapporti di massa?”, “Chi finanzierà la ricerca scientifica?”, “Esisteranno ancora le riviste di moda?”. È un utile esercizio mentale, anche se dobbiamo riconoscere che in realtà - a meno che non si vogliano massacrare migliaia di persone, e forse anche in quel caso - la rivoluzione quasi certamente non sarà una rottura così semplice come possono far pensare domande del genere.

Cosa sarà allora la rivoluzione? Ho già proposto alcune idee. Una rivoluzione di dimensioni mondiali avrà bisogno di molto tempo. Ma forse è già in corso. La maniera migliore per rendersene conto è smettere di pensare alla rivoluzione come a una cosa — “la” rivoluzione, il grande cataclisma, il punto di rottura - e chiedersi invece: “Che cos’è un’azione rivoluzionaria?”. Ecco la nostra risposta: un’azione rivoluzionaria è qualsiasi azione collettiva che affronti e respinga una qualche forma di dominio e di potere e che, nel frattempo, alla luce di questo processo, ricostituisca nuove relazioni sociali, anche all’interno della collettività. L’azione rivoluzionaria non si propone necessariamente di rovesciare i governi. Ad esempio, sarebbe un atto di per sé rivoluzionario il tentativo di creare delle comunità autonome nei confronti del potere (con le parole di Castoriadis, comunità che si autoistituiscono, decidendo collettivamente le proprie regole e i propri principi operativi e riesaminandoli costantemente). E la storia ci insegna che la continua accumulazione di atti di questo tipo può cambiare (quasi) qualsiasi situazione.


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