L’imposizione del silenzio
di Derrick Jensen
versione stampabile
Capitolo 1
L’imposizione del silenzio
“Il nostro comportamento è una funzione della nostra esperienza:
agiamo in accordo con il nostro modo di vedere le cose.
Se la nostra esperienza è distrutta, il nostro comportamento sarà distruttivo.
Se la nostra esperienza è distrutta, abbiamo smarrito noi stessi”1
R.D. Laing
Esiste un linguaggio di gran lunga più antico e profondo delle parole. È il linguaggio dei corpi, del corpo sul corpo, del vento sulla neve, della pioggia sugli alberi, dell’onda sulla pietra. È il linguaggio del sogno, del gesto, del simbolo, della memoria. Questo linguaggio che abbiamo dimenticato. Che non ricordiamo neanche che esista.
Per conservare il nostro tenore di vita dobbiamo raccontare menzogne gli uni agli altri, dobbiamo mentire a noi stessi. Le menzogne non devono essere molto credibili. Le menzogne fungono da barriere per la verità. Barriere necessarie, perché altrimenti non sarebbero possibili molte azioni degne di biasimo. La verità va evitata, costi quel che costi. Se quelle verità di per sé evidenti filtrano oltre le nostre difese, dentro la nostra coscienza, diventano allora granate vaganti sulla pista2 di un’inverosimile danza macabra. Proviamo a tenerci lontano3 dal pericolo, temendo che esplodano, che infrangano le nostre illusioni e ci lascino in balia di4 quanto abbiamo fatto al mondo e a noi, in balia come le persone vuote che siamo diventate. E quindi evitiamo queste verità, queste verità scontate, e perpetuiamo la danza della distruzione del mondo.
Come accade a quasi tutti i bambini, quando ero piccolo sentivo il mondo parlare. Le stelle cantavano. Le pietre avevano i loro gusti. Gli alberi le loro giornate storte. I rospi intrattenevano animate discussioni, gracidavano dei giorni di buona caccia. Come le interferenze di una radio, la scuola e le altre forme di socializzazione presero a interferire con la mia percezione del mondo animato e per vari anni giunsi quasi a credere che solo gli esseri umani parlassero. Il divario tra quel che vivevo e quel che quasi credevo mi confondeva enormemente. Solo più tardi ho iniziato a comprendere le implicazioni personali, politiche, sociali, ecologiche ed economiche della vita in un mondo messo a tacere.
Una costrizione al silenzio che è fondamentale per il funzionamento della nostra cultura. Il rifiuto ostinato di ascoltare le voci di coloro che sfruttiamo è un punto cruciale del nostro dominio su di loro. La religione, le scienze, la filosofia, la politica, l’istruzione, la psicologia, la medicina, la letteratura, la linguistica e l’arte sono state tutte costrette a servire da strumenti di razionalizzazione del silenzio e della degradazione imposte alle donne, ai bambini, alle altre razze, alle altre culture, al mondo della natura e ai suoi membri, alle nostre emozioni, alle nostre coscienze, alle nostre esperienze e alle nostre storie personali5.
La mia prima esperienza di questo silenzio imposto – in modo analogo a quanto accade a una vasta percentuale di bambini come pure all’interno di molte famiglie – si è realizzata per mano (e genitali) di mio padre, che picchiava mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle e stuprava mia madre, mia sorella e me.
Posso solo fare congetture su questi episodi, perché ero il figlio più piccolo e mio padre per qualche motivo pensò che fosse meglio costringermi a guardare e ad ascoltare, piuttosto che picchiarmi. Ricordo scene di braccia agitate in modo scomposto – immagini incerte, come in un film o in un sogno – ricordo mio padre che inseguiva mio fratello Rob per la casa. Ricordo mia madre che spingeva mio padre nella loro camera, per ricevere quei colpi che altrimenti sarebbero finiti addosso ai suoi figli. E noi, seduti in cucina con facce di pietra, spettatori coatti di gemiti soffocati, sfuggiti a mura troppo sottili.
La vaghezza con cui rammento queste immagini formative è il punto focale di questo mio discorso, perché quanto di peggio mio padre faceva trascendeva le percosse e lo stupro e giungeva alla negazione che fosse mai successo qualcosa del genere. Non ha rotto soltanto i corpi, rotta è stata anche anche la correlazione fondamentale tra memoria ed esperienza, tra psiche e realtà. Era un rifiuto d’ammissione denso di significato, non solo perché riconoscere quella violenza avrebbe danneggiato la sua immagine di avvocato profondamente religioso, benestante e socialmente rispettato, ma anche perché l’uomo che picchiava i propri figli non poteva parlare di questi episodi in maniera franca per poi continuare le proprie violenze.
Diventammo una famiglia amnesica6. Nella mente non c’è abbastanza spazio per contenere a sufficienza queste esperienze, e dal momento che non vi era di fatto via d’uscita, per noi non avrebbe avuto alcun senso ricordare le atrocità a livello cosciente. Così imparammo, giorno dopo giorno, che non potevamo fidarci delle nostre percezioni e che ci trovavamo più a nostro agio se non davamo ascolto alle nostre emozioni. Giorno per giorno dimenticavamo, e se un ricordo si faceva strada in superficie, dimenticavamo di nuovo. C’erano percosse seguite da una breve contrizione e quindi mio padre domandava: “Perché me l’hai fatto fare?”. E poi? Nulla, tranne la scomoda evidenza: una porta rotta, biancheria intrisa d’urina, un divisorio di legno che mio fratello continuava a svellere dal muro nel tentativo di guadagnare velocità girando l’angolo. Una volta terminate le riparazioni, non restava nulla da ricordare. Così “dimenticavamo”, e la dinamica si perpetuava.
Questa prontezza a dimenticare è l’essenza dell’imposizione del silenzio. Quando me ne sono reso conto, ho cominciato a fare più attenzione ai “come” e ai “perché” dell’oblio – e così ho intrapreso un viaggio all’indietro nella memoria.
Cos’altro dimentichiamo? Pensiamo alla devastazione nucleare, o a quanto buon senso ci sia nella produzione di tonnellate di plutonio, che rimane letale per più di 250mila anni anche in dosi microscopiche? Il riscaldamento del pianeta invade i nostri sogni? Nei momenti di serietà, affrontiamo l’idea che la civiltà industriale ha dato inizio al più grande sterminio7 di massa della storia del pianeta? Quanto spesso prendiamo in considerazione il fatto che la nostra cultura perpetra il genocidio di ogni cultura indigena che incontra? Consumando i prodotti fabbricati dalla nostra cultura, siamo consapevoli delle atrocità che li hanno resi possibili?
Non fermiamo queste atrocità perché non ne parliamo. Non ne parliamo perché non ci pensiamo. Non ci pensiamo perché sono troppo orribili per contenerle. L’esperta di traumi Judith Herman scrive: “La risposta ordinaria alle atrocità è di bandirle dalla coscienza. Certe violazioni del patto sociale sono troppo terribili per parlarne ad alta voce: è questo il significato della parola ineffabile”.
Mentre il tessuto ecologico del mondo naturale si disgrega di fronte ai nostri occhi, viene il momento di cominciare a parlare dell’ineffabile, e di ascoltare ciò che abbiamo reputato inascoltabile.
Una granata ruzzola sul pavimento. Guardate. Non andrà via.
Ecco quello che ho sentito sui vostri tipici mattatoi.
La stanza risuona come una fabbrica, da ogni parte del mondo. Ascolta il fragore del vapore nelle tubazioni e il sibilo della sua emissione, lo stridio metallico dell’acciaio che scivola sull’acciaio mentre le catene entrano in tensione, il ronzio degli ingranaggi che ruotano su denti di metallo, segmentati ogni trenta secondi dallo schiocco dello storditore8.
Le stanze sono sempre umide, puzzano di grasso e sangue. I muri spesso sono scoloriti, il pavimento generalmente è di cemento. C’è un’immagine di un mattatoio che rimarrà per sempre impressa nella mia mente. Per quanto cerchi di distogliere lo sguardo, i miei occhi ritornano al piano inclinato verniciato di fresco che dall’esterno conduce dentro al locale, e non solo per le dimensioni dello scivolo, ma perché il colore, un blu elettrico, contrasta in maniera quasi dolorosa con il grigiore del resto dell’edificio.
Dentro lo scivolo, di fronte a una parete cieca, c’è un manzo. Non si rende conto fino all’ultimo che un operaio sta collocando un’abbattitore a pressione sul dorso della sua fronte. Non so cosa provi il manzo in quegli ultimi istanti, o cosa possa pensare. La pressione del contatto innesca l’abbattitore, che scarica un proiettile retrattile nel cervello del manzo. Il manzo cade a terra, a volte stordito, a volte morto, altre volte lancia muggiti di dolore, e un altro operaio scende per fermare una catena a un posteriore della bestia. Missione compiuta, annuisce, e il primo operaio – quello che ha applicato lo storditore – preme un pulsante nero. Si ode il fischio di un paranco e il manzo penzola giù da una rotaia sospesa con il sangue che gocciola rosso a congiungersi con il fiume in coagulazione a terra.
Il manzo oscilla mentre le ruote avanzano sulla rotaia, facendo descrivere al sangue che defluisce una curva sinusoidale in direzione di un altro operaio, che gli taglia la gola. Non c’è quasi tempo di seguire il suo percorso prima che lo sportello dello scivolo si apra e che un altro animale venga spinto dentro. Ecco tornare lo storditore, il paranco, il metallo, il vapore, lo stridore degli ingranaggi. Lo spettacolo si ripete più e più volte, come un meccanismo a orologeria, ogni mezzo minuto.
Viviamo in un mondo di finzione. Pensateci come a un giochetto… l’unico problema è che le ripercussioni sono reali. Bang! Bang! Sei morto… solo che l’altra persona non si alza più. Mio padre, per razionalizzare il suo comportamento, era costretto a vivere in un mondo di finzione. Doveva farci credere che le percosse e gli stupri avessero un senso, che tutto andasse a dovere, come era giusto che fosse. Ora sarà chiaro a chiunque9 che il gioco di finzione di mio padre non era affatto divertente, che era distruttivo. Mio padre riscriveva il copione giorno dopo giorno, e in quel modo aggiustava le cose: creava la realtà che gli serviva per perpetuare il suo comportamento.
Nel tentare di descrivere il mondo come una finzione, abbiamo dimenticato che cosa è reale e cosa non lo è. Ci fingiamo10 che il mondo sia silenzioso quando in realtà è pieno di conversazioni. Ci fingiamo di non essere animali quando in realtà le leggi dell’ecologia valgono tanto per noi quanto per tutte le altre “Creature di Dio”. Ci fingiamo di essere in cima alla grande catena dell’esistenza, sebbene l’evoluzione non sia gerarchica.
Quel che penso è questo: è tutta una finta. È un gigantesco gioco di finzione. Ci fingiamo che gli animali non provino dolore, e che non abbiamo alcuna responsabilità etica nei loro confronti. Ma come facciamo a saperlo? Ci fingiamo che gli altri esseri umani – le donne che vengono stuprate, ad esempio (un buon venticinque per cento delle donne di questa cultura sono state stuprate, e un ulteriore diciannove per cento ha dovuto difendersi da un tentativo di stupro), o i centocinquanta milioni di bambini che sono ridotti in schiavitù per produrre palloni da calcio, scarpe da ginnastica, bambole Barbie e simili – siano felici e immuni a tutto quanto. Ci fingiamo che tutto vada bene e dissipiamo la nostra vita in una quieta disperazione.
Ci fingiamo che la morte sia un nemico, anche se è una parte integrante della vita. Ci fingiamo di non dover morire, che la medicina moderna possa curare quanto ci affligge, non importa cosa. Ma la medicina moderna può curare uno spirito morente?
Ci fingiamo che la violenza sia inevitabile, e in certo modo lo è. Ma può essere mitigata da una scienza migliore? Invece di rispondere a questa domanda, quasi sempre ci fingiamo, docilmente, che la violenza non esista.
Le scienze, la politica, l’economia e la vita quotidiana non sono separate dall’etica. Però ci comportiamo come se lo fossero.
Il problema non è difficile da comprendere: ci fingiamo che qualunque cosa non capiamo – qualunque cosa che non possa essere misurata, quantificata e controllata – non esista. Ci fingiamo che gli animali siano risorse da conservare e consumare quando, in realtà, rispondono a scopi del tutto indipendenti da noi. È sbagliato far finta che le persone non siano altro che “Risorse umane” da utilizzare in modo efficiente quando anche loro hanno esistenze e preferenze indipendenti. Ed è sbagliato far finta che gli animali non siano senzienti, che non formino comunità sociali i cui membri si nutrono, si amano, si sostengono e provano pena l’uno per l’altro, che non manifestino un comportamento etico.
Ci comportiamo come se queste finzioni fossero ragionevoli, ma nessuna di esse è intuitiva o istintiva; né sono difendibili sul piano logico, empirico o etico. Nel suo complesso, lo stile di vita basato su queste finzioni sta distruggendo la vita su questo pianeta.
Ma ad attenderci c’è sempre un mondo reale, un mondo pronto a parlarci se solo ci ricordiamo come si ascolta.
Da bambino, le stelle mi hanno salvato la vita. Non sono morto perché mi hanno parlato.
Tra i sette e i nove anni, sgattaiolavo spesso fuori di notte per sdraiarmi sull’erba e parlare con le stelle. Ogni notte consegnavo loro i miei ricordi, perché li conservassero per me. Ricordi di percosse cui avevo assistito, di stupri sopportati. Consegnavo loro quelle emozioni che erano troppo grandi e penetranti per me. In cambio le stelle mi aiutavano a capire. Mi dicevano: “Non è come dovrebbe essere. Non è colpa tua. Ce la farai. Noi ti amiamo. Tu sei buono”.
Non posso enfatizzare troppo l’importanza di questo messaggio. Se non avessi saputo che un’alternativa esisteva – se avessi creduto che la crudeltà che osservavo e pativo era naturale o inevitabile –, sarei morto.
I miei genitori divorziarono agli inizi della mia adolescenza. Fu un divorzio amaro, in cui mio padre usò giudici, magistrati, psicologi e soprattutto denaro con la stessa furia e inflessibilità con cui aveva usato un tempo pugni, piedi e genitali. Le stelle continuavano a sostenermi, parlandomi dolcemente ogni volta che decidevo di ascoltarle.
Il tempo è passato. Io sono cresciuto. Sono andato all’università, ho ottenuto una laurea in fisica e per conto mio ho letto un bel po’ di psicologia. Sono giunto a una nuova comprensione del mio posto nel mondo. Non erano state le stelle a salvarmi, ma la mia stessa mente. La mia prima tesi – che le stelle si prendessero cura di me, che mi parlassero, che mi abbracciassero11 – non aveva senso dal punto di vista fisico. Le stelle sono inanimate. Non dicono nulla. Non possono, e certamente non potevano, curarsi di me. E perfino se si fossero curate di me, restava il problema della distanza. In che modo una stella lontana mille anni luce avrebbe potuto reagire ai miei bisogni emotivi in maniera tempestiva? Fu allora chiaro che una certa parte della mia stessa psiche conosceva precisamente le parole che avevo bisogno di sentire per resistere e proiettava quelle parole sulle stelle. È stato un trucchetto piuttosto elegante da parte del mio inconscio, e questo affare della proiezione fu a quanto pare un meraviglioso meccanismo adattivo per sopravvivere in un mondo che ero giunto a considerare perlopiù insensato, con l’eccezione della sua suprema proprietaria12 – l’umanità.
Spesso ho desiderato di potermi trovare nella stanza in cui Descartes se ne uscì con il suo celebre frizzo: “Penso, dunque sono”. Gli avrei messo il braccio attorno alla spalla, gli avrei dato una lieve pacca, o gli avrei pizzicato il naso, o avrei potuto stringergli le mani tra le mie, lo avrei baciato in pieno sulla bocca e avrei detto: “René, amico mio, non provi niente?”.
Un tempo credevo che la più celebre dichiarazione di Descartes fosse arbitraria. Perché non aveva detto: “Amo, dunque sono”, o “Respiro, dunque ho i polmoni”, o “Defeco, dunque devo aver mangiato”, o “Avverto il peso del calamo tra le mie dita e gioisco di essere vivo, dunque devo essere”? In seguito sono arrivato a considerare superflue anche queste affermazioni; per chiunque viva nel mondo reale, la vita è una prova meravigliosamente sufficiente della propria esistenza.
Non considero più arbitraria l’affermazione di Descartes. È rappresentativa del narcisismo della nostra cultura. Quel narcisismo che conduce a una disturbata mancanza di rispetto per l’esperienza diretta e alla negazione del corpo.
Descartes ha cercato di trovare un punto di certezza nell’universo, un tassello di informazione di cui potersi fidare. Asseriva: “Suppongo dunque che tutto quel che vedo ora sia falso, e anche la memoria mi inganni, ossia che non sia mai esistito niente di quel che essa mi rappresenta; e cioè suppongo di non avere affatto i sensi, e che siano chimere il corpo, la figura, l’estensione, il movimento ed il luogo. Allora, che cosa sarà vero? Forse – dicevo – soltanto che non c’è niente di certo”13. Estraniato dalla vita, Descartes pensava che tutto fosse un sogno, e lui fosse il sognatore.
Potreste aver giocato a questo gioco anche voi. Durante il secondo anno di scuola superiore di tanto in tanto tormentavo un amico. Gli dicevo: “Jon, il mondo non esiste. Sarai lieto di sapere che questo vale anche per te. Non sei altro che un parto della mia immaginazione. Dal momento che non esisti, tutto quel che fai è un risultato della mia volontà”. Dato che Jon era un buon amico ed eravamo compagni al college, la sua risposta arrivava con un bel cazzotto dritto sul braccio. Allora io replicavo sorridendo e dicevo: “Ho voluto io che tu facessi questo”. Per buona misura mi colpiva con un paio di diretti, poi andavamo in palestra a fare qualche cesto a basket.
Credo che Descartes non avesse un amico intimo con la sensibilità di Jon. Così, invece di andare a giocare a basket, si ritrovò a spingere la sua filosofia del narcisismo alle sue logiche, seppur vuote, conclusioni. Si rese conto che dal momento che stava pensando i propri pensieri – perché stava dubitando dell’esistenza dell’universo – lui doveva esistere, per poter dubitare. “Penso, dunque sono”. Fin qui tutto bene. Ma quando Descartes continuò la sua linea di ragionamento, il mondo per lui si solidificò in due gruppi: il pensatore, cioè nella fattispecie Descartes (o più precisamente i suoi disincarnati processi di pensiero) e ciò che lui pensava (cioè tutto il resto, tutti gli altri). Lui, che contava, da una parte, il resto dell’altra.
Se Descartes si fosse fermato qui, la risposta di altri filosofi sarebbe stata probabilmente simile a quella di Jon: una reazione violenta per essere stato spinto fuori dall’esistenza soggettiva a colpi di filosofia14. Ma non si fermò. Alla fine Descartes e molti altri filosofi concordarono che l’umanità soggettiva andava certamente garantita a tutti loro, come pure ad altri dotati di potere politico, economico o militare, mentre decisero che con la medesima certezza non andava garantita a quelli che non potevano parlare, o quantomeno a quelli di cui sceglievano di non sentire la voce.
Com’è ovvio, in quest’ultimo gruppo erano comprese le donne: “La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo”15. Vi erano anche compresi gli africani, in quanto erano “estremamente brutti e repellenti, se mai si può dare il nome di Uomini a quegli Animali”, e poiché “quando parlano scoreggiano con la lingua in bocca”. Ma il fondo fu toccato quando questi pensatori ritennero che fosse “un gran peccato che siffatte creature debbano godere di un paese tanto dolce”. Gli individui16 dotati di soggettualità – coloro che esistevano realmente – si risolsero a rettificare immediatamente quella situazione sterminando queste “creature” e appropriandosi della loro terra. La stessa logica fu usata per affrontare i nativi americani, che occupavano anch’essi una terra desiderata dagli europei. Sottrar loro la terra era etico, in quanto erano “animali che non sentono ragione, ma sono dominati dalle loro passioni” e che “sono nati per [i lavori forzati]”. Il gruppo includeva i non cristiani, le cui misere scelte in campo religioso dimostravano che non erano pienamente umani, e quindi potevano essere ridotti in schiavitù. Includeva poi i figli dei non cristiani, che avendo scelto di nascere da genitori così miserevoli non erano pienamente umani, e quindi anche loro potevano diventare schiavi. La definizione di coloro a cui era precluso diventare pienamente soggetti ed esseri razionali includeva tutti quelli che i potenti volevano sfruttare.
Quanto al mondo dei non umani (ovvero degli “animali”), troviamo un contemporaneo di Descartes secondo cui “gli scienziati bastonavano i cani con la più assoluta indifferenza e si prendevano gioco di coloro che avevano compassione di queste creature pensando che sentissero dolore. Dicevano che gli animali non sono altro che degli orologi, che i lamenti con cui reagiscono alle percosse sono soltanto il rumore di una piccola molla che è stata sollecitata, e che nel loro corpo non c’è posto per sentimenti. Essi immobilizzavano quei poveri animali su delle tavole di legno inchiodando le loro zampe e li vivisezionavano per poter osservare la circolazione del sangue che era allora oggetto di vivace controversia”17.
Con la sua ricerca di certezze, René Descartes divenne il padre della scienza e della filosofia moderna. Anche se la sua filosofia non costituisse una facile giustificazione dello sfruttamento, la sua ricerca fu fatalmente macchiata ancor prima di cominciare. Dal momento che la vita è incerta, e dal momento che moriamo, l’unico luogo in cui Descartes poteva ottenere la certezza che cercava era il mondo dell’astrazione. Sostituendo all’esperienza l’illusione di un pensiero disincarnato (un pensiero ovviamente impossibile a chiunque avesse un corpo), sostituendo alle relazioni viventi le equazioni matematiche, e soprattutto sostituendo il controllo, o il tentativo di controllo, alla piena partecipazione al selvaggio e impredicibile processo della vita, Descartes divenne il prototipo dell’uomo moderno. Fissò anche la regola più importante della filosofia occidentale: ciò che non si adatta al modello non esiste.
Benvenuti nella civiltà occidentale.
Io non so che cosa mio padre pensasse o provasse in quei giorni e in quelle notti di violenza, quando ero piccolo. Non so che cosa ci fosse nel suo cuore e nella sua mente mentre drizzava il pugno per colpire mia sorella, o mentre si scagliava oltre il tavolo verso mio fratello, o mentre stava accanto al mio letto e si apriva la lampo dei pantaloni. Per tutta la mia infanzia una domanda inarticolata ha aleggiato nell’aria e si è poi insediata nelle mie ossa per non essere definita o pronunciata finché non si è rifatta strada in superficie molti anni dopo: Se la sua violenza non lo rende felice, perché lo sta facendo?
Non saprò mai che cosa provasse o pensasse mio padre in quei momenti. Per lui, quanto meno a livello conscio, i momenti non esistono. Ancora oggi, e a dispetto di ogni evidenza, continua a negare le sue violenze. Questa è spesso la prima reazione all’innegabile evidenza di un’orribile verità: ci si limita a negarla. Questo vale tanto per lo stupro di un bambino da parte del padre, che per l’assassinio di migliaia di ebrei, lo sterminio di milioni di indigeni, o la distruzione della vita del pianeta.
Immagino che questo rifiuto della verità sia spesso inconscio. Mio padre non è l’unica persona della mia famiglia che consideri inesplicabile il ricordo di quegli anni. Mentre lui si scagliava attraverso il tavolo, sapete io cosa facevo? Continuavo a mangiare, perché questo è ciò che si fa a tavola, e perché non volevo che si accorgesse di me. Mangiavo, ma non so cosa provassi o pensassi mentre portavo il sandwich alla bocca, o il cucchiaio di stufato, o la zuppa di fagioli.
Non so in che modo ci sono arrivato, ma so che avevo fatto un patto con il mio inconscio, un patto che, come spero sarà chiaro alla fine di questo libro, è stato fatto in una forma o in un’altra da quasi chiunque viva nella nostra cultura. Visto che mi si risparmiavano le percosse, mi fingevo – mi fingevo non è la parola giusta: forse sarebbe più accurato dire facevo finta, in quanto con il tempo il processo divenne del tutto evidente – che se non avessi riconosciuto la violenza a livello conscio, quella non si sarebbe riversata direttamente su di me. Credevo che se mi fossi concentrato sulla mia sopravvivenza momentanea – restando immobile sul divano, o spingendomi a forza i fagioli in una gola troppo stretta –, allora la mia situazione già insostenibile non sarebbe peggiorata.
La prima visita di mio padre nel mio letto non cancellò il patto. Non poteva cancellarlo, perché senza quel patto non avrei potuto sopravvivere a quella violenza che mi aveva imposto, così come sono sicuro che senza un patto del genere, che lo rimuoveva dalla sua stessa esperienza, mio padre non avrebbe potuto perpetrare una tale violenza. Per salvaguardare l’illusione che se avessi ignorato l’abuso me ne sarebbe stato risparmiato il peggio – per salvaguardare l’illusione del controllo in una situazione di incontrollabile pena, o semplicemente per restar vivo, anche se ero costretto a divorziare dalle mie stesse emozioni e dalle mie stesse sensazioni corporee –, necessariamente gli eventi nella mia camera non avvenivano. Il suo corpo dietro il mio, il suo pene tra le mie gambe, queste sensazioni e queste immagini scivolavano dentro e fuori la mia mente con la stessa facilità e rapidità con cui lui scivolava dentro e fuori camera mia.
Probabilmente è meglio che non crediate a una sola parola di quello che dico.
Ciò che ho scritto riguardo alle percosse e alle violenze di mio padre non è vero. Non solo mi sbagliavo, stavo anche mentendo. La mia infanzia non era come quella che vi ho raccontato, perché altrimenti non avrei potuto sopravvivere. Nessuno sarebbe stato capace di sopravvivere. Quindi la verità è questa, deve essere questa: mio padre non ha mai inseguito Rob per la casa, e le mie sorelle e mia madre non hanno mai gettato pentole e bicchieri pieni d’acqua contro di lui nel tentativo di fermarlo. Tutto questo non sarebbe stato plausibile. Oh, può darsi che abbia un po’ perso il controllo mentre sculacciava qualcun*18 di noi, ma non ci ha mai picchiato per terra, per poi prenderci a calci. E lo stupro? Fuori discussione. L’insonnia perenne, gli incubi senza fine, il dolore e il prurito all’ano, tutto questo aveva origine in qualcosa che non aveva a che vedere con mio padre. Lo stesso vale per il mio rituale notturno di ispezionare la mia camera e poi barricare la porta. In fondo ogni bambin* ha paura che qualcuno l* sorprenda nel sonno, no?
Non mi ricordo – proprio io non ricordo – di essere stato seduto a cena nelle prime ore di una sera d’estate, e non mi ricordo di mio padre che chiedeva a mio fratello dove fosse stato la notte prima. Non ricordo se mio fratello avesse detto che era andato a un luna park. Ma se mio fratello l’avesse detto, mio padre non gli avrebbe mai chiesto quanto costasse entrarci. Ed è quasi certo che se mio fratello avesse detto una cifra, in risposta a una domanda mai avanzata, mio padre non si sarebbe slanciato oltre il tavolo, neanche se la risposta di mio fratello fosse stata sbagliata, a significare che mio fratello non era andato al luna park bensì forse in un night19. Il cibo non si sarebbe sparso in giro. Mio fratello non sarebbe scappato verso la porta, solo per essere rallentato dal collo di bottiglia all’altezza del frigorifero. Mio padre non l’avrebbe mai chiamato brutto fottuto stronzetto succhiacazzi, né si sarebbe messo a prenderlo a pugni. Le mie sorelle non avrebbero gridato e mia madre non si sarebbe avvinghiata alla schiena di mio padre. Mio fratello non si sarebbe divincolato solo per inciampare, cadere ed essere preso a calci nelle reni. Nulla di tutto ciò è successo. Ve lo giuro. Mio fratello non ce l’avrebbe fatta a mettersi in piedi, a uscire dalla porta e a raggiungere la sua auto, una Camaro rosa, se a questo invece potete credere. Mio fratello non avrebbe chiuso la sicura delle portiere, e anche se lo avesse fatto, a mio padre non sarebbe mai venuto in mente di dare un calcio nel fianco dell’auto. E anche se per qualche strano caso tutto questo fosse successo, posso dirvi per certo che io non mi ricordo di essere rimasto seduto a tavola, un bambino di sette anni che tentava disperatamente di non farsi notare, che tentava di scomparire.
Posso dirvi per certo che non sono mai stato svegliato, neanche da piccolo, per essere chiamato a vedere nel soggiorno qualcuno che veniva percosso. Non succedeva ogni giorno, e neanche ogni settimana o ogni mese. E anche se le percosse fossero avvenute – ma devo rassicurare sia voi che me che non accaddero – non avrebbero potuto accadere con un tale spettacolo. Chi avrebbe potuto sopportare una cosa simile? E chi poteva infliggerla? Non ricordo di essere rimasto paralizzato a letto, con gli occhi fissi in avanti, percependo i miei fratelli accanto a me, senza vederli, nessuno di noi che si toccava, nessuno di noi che si muoveva, nessuno di noi che emetteva un suono, ognuno di noi simultaneamente assente e straordinariamente presente, ipercosciente di tutti i movimenti di mio padre. Non ricordo la gamba di mio padre irrigidita a metà d’un calcio, né posso vedere la sua faccia serrata dal furore. Non ricordo nulla del genere. Perché non è accaduto. Mio fratello non soffre di epilessia, e se ne soffre, non potrebbe essere stata causata dai colpi alla testa. Mia sorella non si sveglia mai urlando che c’è qualcuno nella sua stanza, nel suo letto. Non ha mai paura che qualcuno spunti da dietro una porta per colpirla, o per sbatterla su un letto. L’odore dell’alcol nell’alito di un’amante non mi terrorizza, perché mio padre non beveva. E anche se lo avesse fatto, non si sarebbe mai ubriacato. E anche se si fosse ubriacato, non sarebbe mai entrato nella mia stanza.
E il peggio è che anche se ci fosse entrato, mai io avrei ricordato qualcosa.
Non credete neanche a una delle parole che scrivo in questo libro, su mio padre, sulla cultura, su nulla. È molto meglio così.
Uno studio sui sopravvissuti all’olocausto condotto dagli psicologi Allport, Bruner e Janford ha rivelato una dinamica di resistenza attiva alle idee sgradevoli e un’acuta riluttanza ad affrontare la gravità di quella situazione. Ancora nel 1936 molti ebrei che erano stati abbastanza fortunati e avevano lasciato la Germania continuavano a tornarvi per viaggi d’affari. Altri semplicemente se ne stavano a casa, fuggendo in campagna nei fine settimana per non dover pensare alla propria esperienza. Un sopravvissuto ha raccontato che la sua orchestra non perse il ritmo del pezzo di Mozart che stava suonando mentre fingeva di non notare il fumo proveniente dalla sinagoga incendiata alla porta accanto. E che dire dei bravi cittadini tedeschi che assistevano alla scena? In che modo soppressero le loro esperienze e la loro coscienza per partecipare o (allo stesso modo) non opporre resistenza a tutto questo? Come facevano a distrarsi dalla granata che lentamente rotolava sul pavimento?
Pensate per un istante alla cifra che ho riportato prima: il venticinque per cento delle donne di questa cultura subisce uno stupro almeno una volta nella vita. Una su quattro. Poi pensate per un istante al numero di bambin* percossi, o ai centocinquanta milioni di bambin* – centocinquanta milioni – che vengono ridott* in schiavitù, trasportano mattoni, sono incatenat* ai telai, incatenat* ai letti. Se non siete state una delle donne stuprate, se non siete stat* bambin* percossi, se non siete stat* bambin* ridott* in schiavitù, probabilmente questi numeri non vi dicono granché. È comprensibile. Considerate la vostra vita, e i modi in cui negate la vostra stessa esperienza, i modi che avete per tramortire le vostre empatie e arrivare alla fine della giornata.
Viviamo le nostre vite, grati che le cose non siano peggiori di quanto sono. Ma deve esserci un limite oltre il quale non possiamo più ignorare la distruttività del nostro stile di vita. “Qual è quella soglia? Una donna stuprata ogni due? Ogni donna stuprata? 500 milioni di bambin* schiavizzat*? 750 milioni? Un miliardo? Ogni bambin*? La scomparsa di stormi di piccioni viaggiatori tanto numerosi che a volte oscuravano il cielo per giorni interi? La morte di banchi di salmoni così fitti da non poter tuffare un remo senza “colpire un dorso argentato”. Il declino di popolazioni di lombrichi?
Questo patto con cui ci adattiamo a ricevere, osservare e commettere la violenza rifiutandoci di percepirne gli effetti su di noi e su altr* è onnipresente. Ed è un patto iniquo. Come R.D. Laing ha scritto della nostra cultura:
“La condizione di alienazione, quella di essere un dormiente, inconsapevole, fuori di sé, è la condizione dell’uomo normale.
La società fa gran conto del suo uomo normale: educa i fanciulli a smarrire se stessi e a divenire assurdi, e ad essere così normali.
Gli uomini normali hanno assassinato 100 milioni circa dei loro simili uomini normali negli ultimi cinquant’anni.”20
La domanda aleggia ancora pesante nell’aria: Se il nostro comportamento non ci rende felici, perché ci comportiamo in questo modo?
Lo zoologo e filosofo Neil Evernden racconta la nota storia di come mettiamo a tacere il mondo. Nel XIX secolo molti vivisezionisti resecavano regolarmente le corde vocali degli animali prima di operarli. In questo modo durante l’esperimento gli animali non potevano urlare (in letteratura si parla di un’emissione di “acute vocalizzazioni”). Tagliando le corde vocali, gli sperimentatori negavano la realtà – fingendo che un animale silenzioso non provi alcun dolore – e insieme la affermavano riconoscendo implicitamente che gli urli dell’animale gli avrebbero detto quel che già sapevano, che la creatura era un essere senziente e dotato di sentimenti (e, durante la vivisezione, torturato).
Evernden commenta: “Il rito del passaggio al modo di essere scientifico” o, aggiungerei, moderno “si incentra sulla capacità di applicare il bisturi alle corde vocali, non solo del cane sul tavolo, ma della vita stessa. A livello interiore, egli [l’essere umano moderno] dev’essere capace di resecare le corde della sua propria coscienza. A livello esteriore, l’effetto dev’essere la distruzione della laringe della biosfera, un atto essenziale per trasformare il mondo in un oggetto materiale”. Questo non è meno vero per i rapporti con gli altri esseri umani.
Se vogliamo sopravvivere, dobbiamo imparare un nuovo stile di vita, o riapprendere uno stile ancestrale. Sono esistite, e al momento ancora esistono, molte culture che rifiutano di tagliare le corde vocali del pianeta, e rifiutano di accettare quel patto che impone il silenzio, quel patto che accettiamo ogni giorno, come se facesse parte del fatto di vivere. È forse significativo che prima del contatto con la civiltà occidentale molte di queste culture non praticassero lo stupro o gli abusi contro l’infanzia (per fare un esempio gli okanagan, che vivevano in quella che oggi chiamiamo Columbia Britannica) non avevano nel loro linguaggio né una parola né un concetto che corrispondesse all’abuso nei confronti dei bambini. Avevano una parola che corrispondeva all’atto di violare una donna. Tradotta letteralmente significa “qualcuno mi ha guardato in una maniera che non mi piace”. È forse significativo anche che queste culture non costringano il piccione migratore all’estinzione, e neanche il salmone, il bisonte dei boschi, il visone marino, il tetraone delle praterie del Labrador, il chiurlo boreale o il Rhacophorus taipeinus. Magari potessimo dire anche noi lo stesso. È forse significativo che i membri di queste culture ascoltino con attenzione (come se da questo dipendesse la loro vita, e ovviamente è così) quello che piante, animali, pietre, fiumi e stelle hanno da dire, e che queste culture siano riuscite a fare ciò che noi possiamo solo sognarci, vale a dire vivere in equilibrio dinamico con il resto del mondo.
Il compito che ci attende è imponente: soddisfare i bisogni umani senza mettere a repentaglio la vita sul pianeta.
Note dell’autore
L’epigrafe (come tutte le altre citazioni di R.D. Laing) è tratta dallo straordinario libro di R.D. Laing The Politics of Experience (trad. it. di Aldo Tagliaferri: La politica dell’esperienza, Feltrinelli, Milano 1968, p. 25). Assieme a The Natural Alien di Neil Evernden, questo libro mi ha aiutato forse più di ogni altro a comprendere l’alienazione che caratterizza la nostra cultura, e anche a capire che l’esperienza diretta del mondo è possibile, che è possibile non essere alienati.
Per la descrizione del macello industriale ho purtroppo dovuto affidarmi a un insieme di descrizioni di amici e di resoconti pubblici. I miei tentativi di entrare in un macello si sono scontrati con rifiuti cortesi ma fermi. Gli addetti alle relazioni con il pubblico con cui ho parlato mi hanno però fornito un sacco di materiale preparato a pennello che non fa mai cenno alla morte o all’uccisione.
Le cifre che ho riportato sullo stupro nella nostra cultura sono tratte dal classico libro di Judith Herman Trauma and Recovery (trad. it. di Roberta Russo: Guarire dal trauma, Magi, Roma 2005) e da Sexual Exploitation, Rape, Child Sexual Abuse, and Sexual Harassment di Diane E.H. Russel.
“Penso, dunque…” è tratto dalle Meditazioni metafisiche di Descartes (trad. it. di Sergio Landucci, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 39). “La donna impari…” si trova nella Prima lettera a Timoteo.
La mia fonte di molte citazioni relative all’odio degli europei nei confronti degli indigeni africani è l’esaustivo libro di Noël Mostert Frontiers: The Epic of South Africa’s Creation and the Tragedy of the Xhosa People. Mostert mi ha rimandato a molti informativi documenti di prima mano.
“estremamente brutti…” è tratto da una citazione di Voyages et aventures de François Leguat et de ses compagnons en deux isles désertes des Indes orientales del 1708 di Leguat, contenuta in Cape of Good Hope di Raven-Hart.
Anche “quando parlano…” è tratto da Cape of Good Hope, che in questo caso cita Baptiste Tavernier.
“un gran peccato…” è contenuto in Before Van Riebeeck, sempre di Raven-Hart.
Molte delle mie citazioni relative all’odio degli europei nei confronti degli indigeni nordamericani provengono da due fonti. La prima è American Holocaust di David Stannard (trad. it. a opera di autor* non segnalat*: Olocausto americano, Bollati Boringhieri, Torino 2001). La seconda è Beyond Geography di Frederick Turner. Entrambi i testi contengono inestimabili riferimenti alle fonti primarie, forniscono magnifiche analisi e sono estremamente difficili da leggere a causa delle atrocità che descrivono in dettaglio.
“animali che non…” e “sono nati per…” sono tratte da Stannard.
La descrizione degli scienziati che somministravano percosse è contenuta in When Elephants Weep di Jeffrey Moussaieff Masson e Susan McCarthy (trad. it. di Libero Sosio: Quando gli elefanti piangono, Baldini & Castoldi, Milano 1996, pp. 52-53).
Sono venuto a conoscenza dello studio di Allport, Bruner e Jandorf grazie a un articolo che qualcuno mi aveva dato da leggere: intitolato “The Psychology of Smog” e scritto da Ira J. Winn, è comparso su The Nation il 5 marzo 1973.
La cifra de* centocinquanta milioni di bambin* ridotti in schiavitù è tratta dal confronto tra due fonti, e le mie conclusioni sono estremamente prudenti. La Anti-Slavery Society ha rilevato oltre cento milioni di bambin* schiavi nella sola Asia, e l’International Programme on the Elimination of Child Labour, per cui ammonterebbe “soltanto” a qualche decina di milioni il numero di bambin* ridott* in schiavitù in tutto il mondo, rileva che l’Africa presenta un’incidenza di lavoro minorile quasi doppia rispetto a quella asiatica. Il solo fatto di poter considerare due stime che divergono di cento milioni (ma credo che una stima di duecentocinquanta milioni di bambin* schiav* a livello globale sarebbe difendibile) mi turba molto. A perdersi tra le cifre – di fatto è peggio che una perdita: è un mascheramento – c’è la miseria relativa a ciascuno di questi casi. Questa bambina costretta alla schiavitù in Thailandia, questo bambino ridotto in schiavitù per produrre tappeti in Pakistan. Ho tratto le cifre dell’Anti-Slavery Society dalla Spokesman-Review del 19 settembre 1995.
La storia di Evernden sul taglio delle corde vocali è contenuta in The Natural Alien.
La definizione okanagan della “violazione di una donna” è di Jeannette Armstrong.
Note di TransNEXT
1 Traduzione di Aldo Tagliaferri, La politica dell’esperienza, Feltrinelli, Milano 1968, p. 25.
2 Qui alla lettera il testo parlava di “pista da ballo”, ma dato che dopo si parla di “danza” (ovvero danza macabra), abbiamo preferito evitare la specificazione per garantire al periodo un ritmo più sintetico e incalzante.
3 La scelta dell’avverbio “lontano” è consapevole: Jensen tenta di neutralizzare il genere il più possibile, scrivendo alla prima persona plurale o, nei pochi casi in cui usa la terza persona singolare, usando il soggetto “person”, quindi usare un aggettivo ci avrebbe obbligato a scegliere un genere, cosa che abbiamo preferito evitare. In altri casi, se proprio costrett*, preferiamo usare l’asterisco per annullare il genere.
4 Nel testo inglese “leave us exposed”, v. nota 2.
5 In casi del genere in italiano “coscienza”, “esperienza” e “storia” personale vanno al singolare, trattandosi di una coscienza, di un’esperienza e di una storia per ciascuna persona. Lasciamo il plurale per sottolineare il senso della molteplicità delle creature che popolano il mondo.
6 Nel testo inglese “a family of amnesiacs”, v. nota 2.
7 Traducendo extinction con “sterminio” facciamo una scelta di radicalizzazione dell’intenzione dell’autore.
8 Per tradurre stunner avevamo di fronte due possibilità: “abbattitore” e “storditore”. In questo punto abbiamo preferito “storditore” perché crea una ripetizione fonetica interessante: “segmentati….dallo schiocco dello storditore…”.
9 V. nota 2.
10 Nel testo c’è una contrapposizione tra pretend e make believe in cui il primo è un atto inconscio e il secondo una creazione di menzogna. Per rendere la creazione, il make, abbiamo tradotto il primo verbo con “fingersi” e il secondo con “far finta”.
11 Il verbo è hold: “stringere”, “tenere”, “contenere”. “Abbracciare” può includere sia il significato inerente alla fisicità che quello inerente al contenimento e alla conservazione della memoria (v. “abbracciare un’idea”).
12 Scegliamo “proprietaria” e non “locataria” o simili (anche se in inglese c’è il sostantivo tenant) perché qui si sta parlando ancora di una lettura infantile del mondo, in cui lo scrittore non aveva ancora compreso l’autonomia della natura, ancora “faceva finta” e quindi non poteva capire che l’umanità non “possiede” il mondo ma vi risiede solo per un certo periodo di tempo.
13 Traduzione di Sergio Landucci, Meditazioni metafisiche, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 39.
14 Abbiamo trasportato fuori dalla parte verbale il nucleo semantico “filosofia” (“having been philosophized out of…” per trasferirlo nell’agente nominale (“a colpi di filosofia”), enfatizzando l’aspetto agonistico del dibattimento tra i due amici.
15 Traduzione di F. Vattioni et al., La Bibbia di Gerusalemme, Centro Editoriale Dehoniano, Bologna 1971, p. 2547.
16 In inglese persons. Usiamo “individui” sia perché il plurale di person è in genere people a meno che non si voglia sottolineare l’individualità di ogni singola persona, sia perché consente l’uso del maschile per riferirmi a un gruppo da cui le donne sono escluse (v. nota 2).
17 Traduzione di Libero Sosio, Quando gli elefanti piangono, Baldini&Castoldi, Milano 1996, pp. 52-3.
18 Il testo in lingua originale tratta il genere in modo molto politically correct; in inglese i sostantivi non hanno un genere esplicitato, e questa strategia risulta molto più agevole e naturale. In italiano, invece, i sostantivi hanno tutti un genere, e per adottare scelte terminologiche “politicamente corrette” occorre ricorrere a mezzi più anomali, come la sostituzione delle desinenze con asterischi. Questa opzione, ancora poco adottata nella stampa e nell’editoria italiana, è invece invalsa nel mondo del mediattivismo digitale. Per il momento la proponiamo, anche se a lungo andare può risultare una forma di “ipercorrettismo politico”.
19 In inglese è bar, termine che si riferisce a un locale aperto solo di notte che serve superalcolici, vale a dire bevande per soli adulti, e quindi è un locale che i ragazzi non frequentano. Ci sembra che la parola italiana più adatta per descrivere un luogo del genere sia “night”.
20 Traduzione di Aldo Tagliaferri: La politica dell’esperienza, Feltrinelli, Milano 1968, p. 25.