Se seminate vento. Giustizia ed equità nell’11 settembre
Se seminate vento. Giustizia ed equità nell’11 settembre
di Ward Churchill (2001)
Intervistato dai giornalisti sull’assassinio di John F. Kennedy
nel novembre del 1963, Malcom X ha risposto – forse
con fin troppa indulgenza – che, molto semplicemente,
“chi semina vento raccoglie tempesta”.
Il mattino dell’11 settembre 2001 qualche folata di vento – insieme a mezzo milione di bambini iracheni morti – si è raccolta in un’eclatante tempesta sopra il World Trade Center di New York. Ma, a dire il vero, sembra che qualche nuvola burrascosa si sia raccolta anche sul Pentagono.
I bambini iracheni, tutti minori di dodici anni, sono morti come risultato prevedibile – e in effetti ampiamente previsto – del bombardamento “chirurgico” effettuato nel 1991 dagli Stati Uniti sulle risorse per la purificazione dell’acqua e dei liquami, oltre che su altri obiettivi “infrastrutturali” da cui dipende la sopravvivenza della popolazione civile irachena.
Come se i bombardamenti non fossero già pesanti – e questi “bombardamenti aerei” sono un crimine qualificato contro l’umanità e una violazione madornale del diritto internazionale e di ogni principio civile –, le sanzioni imposte dagli Stati Uniti hanno innescato un nuovo meccanismo letale. L’embargo, sostenuto da una massiccia presenza militare e da periodiche incursioni aeree, ha impedito agli iracheni di importare alimenti, medicine e altri materiali necessari per salvare la vita dei loro bambini.
L’Iraq ha una popolazione di circa 18 milioni di persone. I 500mila bambini morti finora rappresentano quindi una cifra dell’ordine del 25 percento del loro gruppo d’età. Chi non è morto ha patito – e patisce tuttora – deprivazioni fisiche e traumi psicologici tanto gravi da mettere in dubbio ogni ipotesi di piena guarigione. Di fatto è stata annientata un’intera generazione.
Il motivo di questo olocausto è semplice, ed è stato esplicitamente ammesso dal presidente George Bush, il 41esimo “amante della libertà”, padre di quell’“amante della libertà” che al momento occupa lo studio ovale, George il 43esimo. “Il mondo deve imparare che noi facciamo quello che diciamo”, ha salmodiato George il Vecchio, raccogliendo l’applauso entusiasta degli americani “amanti della libertà” d’ogni dove. Non è un mistero per l’opinione pubblica americana la maniera in cui il vecchio George ha reso noto il suo messaggio. Per comprendere la misura di quanto sapeva l’opinione pubblica, basti ricordare la pervasività del bombardamento video, su ogni canale televisivo e per 24 ore al giorno, e gli elevati indici di gradimento di quelle trasmissioni.
Per dare un senso a episodi del genere, faremo bene a ricordare l’ondata di euforia che ha attraversato l’America in seguito ai resoconti di quello che stava accadendo lungo la cosiddetta “autostrada della morte”: 100mila “teste di spugna” e “cammellieri” – o forse quella settimana erano “negri della sabbia” – in piena ritirata, rimasti sulla strada indifesi, molti dei quali erano solo lavoratori civili coscritti, ammazzati in un solo giorno dai jet che li bombardavano con artiglieria letale. Una prova degna dei nazisti durante i primi mesi della loro offensiva russa. Un massacro – giova ricordarlo – che i bravi cittadini tedeschi acclamarono con gioia, tanto che il sostegno a Hitler non ha patito una seria erosione tra i “civili innocenti” della Germania fino alla sconfitta di Stalingrado del 1943.
Può essere utile riflettere sul fatto che sono stati i compassionevoli nordamericani1 a suggerire che il peso collettivo della colpa dei crimini nazisti andava attribuito alla totalità dei tedeschi, non tanto per ciò che avevano fatto individualmente, ma per quello che avevano permesso di fare ai loro leader e ai loro soldati in proprio nome, ovvero per aver dato loro autorità e potere.
Se quel principio era valido all’epoca del processo di Norimberga, rimane tale anche adesso e si applica al buon americano tanto quanto al buon tedesco. E il prezzo richiesto ai tedeschi per la debolezza della loro fibra morale è stato davvero spaventoso. Per tornare ora ai bambini e agli effetti dell’embargo successivo alla (Prima, ndt) guerra del golfo – protratta dall’amministrazione Clinton, succeduta a Bush il Vecchio, come atto di “fermezza” per completare quello che lo stesso George ha definito “il nuovo ordine mondiale” del dominio economico-militare statunitense –, bisognerà sottolineare che nessun funzionario si è dimesso per protesta contro la politica statunitense, a parte un paio di alti ufficiali delle Nazioni Unite, addetti a coordinare il trasporto di aiuti umanitari all’Iraq.
Uno di loro, Denis Halladay, ex assistente del Segretario generale, ha ripetutamente dichiarato che quello che stava accadendo era “un programma sistematico … di genocidio deliberato”. Le sue affermazioni sono comparse sul New York Times e su altri giornali durante l’autunno del 1998, e quindi non si può certo sostenere che l’opinione pubblica statunitense non ne fosse a conoscenza. Poco dopo il Segretario di stato Madeleine Albright ha confermato pubblicamente la dichiarazione di Halladay. Intervistata durante il programma televisivo “Meet the Press”, di ampio seguito, per rispondere delle “accuse” di Halladay, Albright ha annunciato con tutta calma che “valeva la pena pagare questo prezzo” per vedere se gli obiettivi statunitensi sarebbero stati conseguiti.
La politica di una popolazione criminale
Nel complesso, l’opinione pubblica ha ascoltato queste rivelazioni con noia. Ci sono cose molto più interessanti della morte o della sofferenza di qualche centinaio di migliaia di bimbetti iracheni. Come, ad esempio, portare “Jeremy” e “Ellington” alla loro partita di calcio settimanale, o controllare che “Tiffany” e “Ashley” abbiano trovato il maglione a collo alto che più si adatta al loro nuovo paio di pantaloni. E poi senza dubbio c’è la guerra santa degli yuppie contro il fumo – “per i nostri bambini”, nientemeno – su cui si concentra ogni dibattito politico.
Per correttezza, bisogna ammettere che un segmento estremamente piccolo del corpo politico ha espresso la propria opposizione a quello che veniva e viene fatto ai bambini iracheni. Va anche riconosciuto, tuttavia, che in genere chi si impegnava in questo senso si è accontentato di firmare petizioni e partecipare a veglie di preghiera a lume di candela, portando la sua “testimonianza morale” ad ampie legioni di bambini di cinque anni dalla pelle scura che se ne stavano seduti a tremare nel buio, con gli occhi spalancati dall’orrore, per morire in lacrime nella più crudele agonia che si possa immaginare.
Sia detto anche, e questo è il nocciolo della questione, che la “resistenza” ha dedicato gran parte del proprio tempo e delle proprie energie al compito di garantire, “come principio di virtù morale”, che nessuno si spingesse oltre la pratica di sventolare qualche bandiera per “sfidare” i propositi sterminatori della Pax Americana. Di fatto questi “dissidenti” sono stati tanto puri nei loro principi da sostituirsi letteralmente alla polizia, proteggendo le società d’affari che traevano vantaggi da un tale massacro) da forme di rappresaglia violenta, come la rottura delle vetrine da parte di persone meno “illuminate” – o forse più scandalizzate – degli autoproclamati “difensori della pace”.
La proprietà prima delle persone – o almeno l’equazione di proprietà e persone – è un valore che non perde d’efficacia fuori dalle sale d’amministrazione nordamericane. E l’ipocrisia con cui vengono espressi quei putridi sentimenti è sempre la stessa, fino alla nausea, siano declamati dall’amministratore delegato della Standard Oil o dallo sciame di “pacifisti” da salotto che si mette in colonna per condannare i black block, colpevoli di aver disturbato la macchina del “business as usual” di Seattle.
Poca meraviglia, tutto sommato, se la gente di ogni parte del mondo – come ad esempio nel Medio Oriente – inizia a domandarsi dove si possa trovare con esattezza quella pace che i supposti “difensori della pace” pretendono di difendere. Forse solo nelle strade statunitensi.
La risposta è scontata per chiunque non sia reso cieco dall’egocentrismo e dalla pura e semplice vanità, presupposti di ogni cambiamento nelle zone dell’America dove non si combatte.
È significativo che proprio a questo punto si sia infiltrata negli Stati Uniti la squadra d’attacco che alla fine si è impossessata degli aerei usati l’11 settembre, quando il genocidio in Iraq è stato ufficialmente ammesso e la reazione dell’opinione pubblica ha dimostrato che non c’erano statunitensi che facessero niente di tangibile per opporvisi, compresi quelli che sostenevano il contrario.
’Il primo contatto con i “terroristi”
Sugli uomini arrivati negli Stati Uniti bisogna dire alcune cose, contro il torrente inarrestabile di disinformazione scatenato da George Junior e dalle società di stampa e informazione subito dopo il successo della loro operazione dell’11 settembre.
Per cominciare, non hanno “dato inizio” a una guerra contro gli Stati Uniti, e tanto meno hanno commesso “i primi atti di guerra del nuovo millennio”.
Si può sostenere a ragione che la guerra in cui hanno combattuto è stata condotta con continuità dall’“Occidente cristiano” – adesso rappresentato con orgoglio dagli Stati Uniti – contro l’“Oriente islamico” dai tempi della Prima crociata, circa un migliaio di anni fa. Si può anche sostenere che la guerra è scoppiata negli anni sessanta, quando Lyndon Johnson ha concesso per la prima volta il suo appoggio all’espropriazione e allo sfollamento dei palestinesi, o nel 1990, quando George il Vecchio ha lanciato l’operazione “Desert Shield” o in altri eventi intercorsi in quegli anni. In ogni caso, se si vuole considerare un atto di guerra quello che la squadra d’attacco ha compiuto contro il World Trade Center e il Pentagono, allora lo stesso si può dire per ogni perlustrazione dello spazio aereo iracheno compiuta da parte statunitense fin dagli inizi. Il primo atto di guerra del nuovo millennio è avvenuto quindi nel primo giorno del millennio, ed è stato portato a termine dai piloti statunitensi che agivano agli ordini del loro comandante in capo, Bill Clinton. Nella maniera più franca, il massimo che si può dire riguardo alle persone coinvolte nell’11 settembre è che hanno alla fine ripagato della stessa moneta quello che gli Stati Uniti hanno dispensato al loro paese, come conseguenza inevitabile.
Che abbiano aspettato tanto a lungo, nonostante l’azione contro il World Trade Center del 1993, è più che altro segno della loro pazienza e capacità d’attesa.
Non si sono permessi di “prendere di mira dei civili innocenti”.
Non si può provare in nessun modo che il personale del Pentagono ucciso l’11 settembre rientrasse in un caso del genere. L’edificio e chi vi si trovava dentro si possono considerare senz’altro obiettivi militari. E lo stesso vale per il World Trade Center…
Bene, vogliamo approfondire il problema? Certo, c’erano civili. Ma erano innocenti? Un attimo. Formavano un corpo tecnocratico nel cuore stesso dell’impero finanziario globalizzato statunitense – “il potente motore del profitto” di cui sono sempre state schiave le dimensioni militari della politica statunitense – e in questo erano volontari e consapevoli. Fare ricorso all’argomento dell’“ignoranza” – in fondo un derivato di “ignorare”2 – vale meno di una scusa per questa éelite relativamente colta. Per quanto attiene la loro ignoranza dei costi e delle conseguenze di ciò che stavano facendo – e in cui in molti casi erano all’avanguardia – questa vale solo per la loro incapacità di rendersene conto. Causata probabilmente dal fatto di essere troppo impegnati a gridare nei loro cellulari, in maniera incessante e autocelebratoria, organizzando cene d’affari e transazioni di capitali, ognuno dei quali convenientemente lontano dallo sguardo, dall’intelligenza e dall’olfatto, trasferito nella carne affamata e decrepita dei bambini. Mi interesserebbe molto sapere se esiste una maniera migliore e più efficace – o anche solo un’altra – per punirli con una sanzione che sia congrua alla loro collaborazione coi piccoli Eichmann che abitavano lo sterile santuario delle Torri gemelle.
Gli uomini che hanno compiuto in volo la missione contro il World Trade Center e il Pentagono non erano “codardi”. Quella definizione si adatta in maniera propria ai “ragazzi dalla mascella salda” che si divertono a pilotare aerei invisibili sopra lo spazio aereo indifeso di Baghdad, scaricando carichi su carichi di bombe su chiunque sia tanto sfortunato da trovarsi sotto – inclusi decine di migliaia di innocenti civili – mentre loro corrono dei rischi pari a quelli che si possono incontrare in una sala giochi. Anzi, quella parola si applica a tutti quegli “uomini e donne combattenti” che se ne stanno seduti davanti ai computer a bordo delle navi da guerra nel Golfo Persico, godendosi l’aria condizionata mentre lanciano a casaccio missili cruise su quartieri pieni di esseri umani. Qualsiasi cosa si voglia dire di loro, gli uomini che hanno colpito l’11 settembre hanno manifestato il coraggio delle loro convinzioni, annullando volontariamente la propria vita per conseguire i propri obiettivi.
Non erano fanatici devoti al “fondamentalismo islamico”.
Le loro azioni si potrebbero definire a ragione “disperate”. Ma i sentimenti di disperazione sono risposte emotive perfettamente ragionevoli – saremmo tentati di dire “normali” – tra persone che assistono allo sterminio di massa dei propri figli, soprattutto quando è evidente che nessun altro se ne frega (chiedetelo a un ebreo sopravvissuto ai campi di sterminio o, in maniera anche più toccante, per la poca attenzione che suscitano, a un rom).
Non è un mistero – né un principio irrazionale, di quelli che motivano i fanatici – che circostanze disperate generino risposte disperate. Tanto meno è un principio peculiare dell’islam. Inoltre, anche gli stessi resoconti d’indagine dell’FBI riguardanti le attività della squadra di combattimento nei mesi precedenti l’11 settembre hanno dimostrato che i membri della squadra non erano fondamentalisti musulmani. Piuttosto, sembra ovvio a questo punto che erano attivisti laici – ovvero militari – che, se anche mantenevano rapporti cordiali con i religiosi dei loro paesi, erano più motivati dalle orribili realtà della guerra sferratagli dagli Usa che da un credo religioso.
E tanto meno i loro atti erano “folli”.
La follia è una condizione facilmente associabile all’idea tipicamente statunitense che una persona – o un paese – possieda il “diritto divino” di commettere un genocidio, e possa sempre farlo impunemente. Il termine può applicarsi ragionevolmente a chiunque, vittima di un genocidio, non faccia niente per fermare materialmente quel processo. In questo senso la sanità mentale potrebbe essere definita dalla volontà di provare a distruggere chi perpetra un crimine del genere, insieme a chi gli ha fornito i mezzi d’azione (vogliamo discutere adesso della “campagna di bombardamento strategico” messa in atto dagli statunitensi contro la Germania durante la Seconda guerra mondiale, e della salute mentale di chi ne fu coinvolto?)
Questo ci porta alla descrizione delle fonti ufficiali, secondo le quali la squadra di combattimento sarebbe un’incarnazione del “male”.
Il male – per chi è disposto ad abbracciare la banalità di un concetto come questo – si è incarnato perfettamente in quel rospo malvagio noto con il nome di Madeleine Albright, accucciata nella poltrona del suo studio come Jabba the Hutt3 a vomitare lentamente l’annuncio della condanna a morte collettiva da lei imposta sull’inoffensiva gioventù irachena. Il male andrebbe visto nel proscioglimento disumano di quel grande eroe americano, Norman “Furia” Schwartzkopt, per le torture sistematiche e l’annientamento di quella gioventù, considerati semplici “danni collaterali”. Il male, inoltre, è un termine appropriato per descrivere la mentalità di un’opinione pubblica che trova accettabili prospettive del genere e le politiche che le accompagnano.
Non fosse stato per quei “mali”, l’11 settembre non ci sarebbe stato alcun contrattacco. E a meno che “il mondo non si sbarazzi di quel male”, per citare una frase di Bush Junior, l’11 settembre potrebbe finire per sembrare una carnevalata in confronto al seguito.
Non c’è motivo, dopo tutto, di credere che le squadre utilizzate negli assalti al World Trade Center e al Pentagono fossero le uniche nel loro genere, o che le altre siano composte da “individui d’aspetto arabo” (l’arroganza letale dei nordamericani e il senso psicotico di avere diritto a tutto fornisce da tempo un valido movente di guerra contro gli Stati Uniti a ogni popolo del pianeta), o che le loro missioni consistano esclusivamente nel dirottamento di aerei di linea civili.
Al contrario, ci sono tutte le migliori ragioni per credere che esistano altre squadre sul posto, destinate ad attuare tattiche diversificate per piani operativi congegnati bene quanto quelli realizzati l’11 settembre, e ben equipaggiate per il loro lavoro. Questo per dire che, dal momento che gli assalti al World Trade Center e al Pentagono sono stati atti di guerra – e non “episodi di terrorismo” –, bisogna interpretarli come parte di una strategia più ampia finalizzata al conseguimento di risultati specifici. Da questo si può solo inferire l’esistenza di altri elementi pronti a partire, e che saranno utilizzati quando risulterà necessario agli occhi degli strateghi. Sembra anche facile scommettere che ogni elemento è calibrato per infliggere un danno su una scala esponenzialmente maggiore del precedente (negli anni sessanta l’amministrazione Johnson ha utilizzato una politica simile contro il Vietnam, nota come “escalation”).
Dato che la realizzazione complessiva del piano è iniziata con gli assalti al Pentagono e al World Trade Center, non ci vuole un cervellone per capire quale sarà il prossimo passo, se gli Stati Uniti dovessero tentare una risposta tanto imperdonabile a cui da tempo si ritengono autorizzati.
A proposito dei ragazzi (e delle ragazze) del Dipartimento
C’è un’altra faccenda che a questo punto merita un commento. L’idea che le task force dell’antiterrorismo del FBI possano evitare altri attacchi è un’altra dimensione della patologia allucinatoria dei nordamericani. Di fatto, nonostante gli esercizi di “costruzione dell’immagine” finanziati col denaro pubblico, il Dipartimento non ha mai mostrato la minima capacità in quel senso.
Oh, certo, il personale di controspionaggio dell’FBI si è dimostrato piuttosto esperto nel montare false accuse contro gli anarchici, i comunisti e le Pantere nere, arrivando a volte ad ammazzarli nel loro letto o sulla sedia elettrica. Le squadre speciali del Dipartimento hanno provato la loro capacità di combattere la violenza sui minori a Waco bruciando vivi i bambini, e il loro tanto lodato laboratorio criminale ha gonfiato le statistiche della “lotta alla criminalità” inventando prove contro presunti ladri d’auto. Ma mica è in discussione il concetto di “a mali estremi estremi rimedi”, vero? Tutto sommato non siamo in un film con Bruce Willis, Chuck Norris o Sly Stallone. E J. Edgar Hoover4 non deve approvare la sceneggiatura o l’assegnazione delle parti.
Il numero di spie, sabotatori e autentici terroristi arrestati o anche solo individuati dall’FBI nel corso della sua lunga e viscida storia si può contare sulle dita di una mano. In molte occasioni è stato dimostrato che le spie e, in molti casi, anche i terroristi erano i suoi stessi agenti.
A essere franchi, se il Dipartimento funziona nel migliore dei casi come un carnevale di clown riguardo alle proprie “responsabilità di sicurezza interna”, questo avviene perché – a prescindere dalla propria immagine ufficiale – non ha alcuna responsabilità. È ed è sempre stato la forza di polizia politica del paese, uno strumento creato e perfezionato per garantire che tutti gli statunitensi, non solo la massa consensuale, siano “liberi” di fare ciò che viene loro detto.
Ci si può quindi fidare dell’FBI e degli “uffici d’appoggio” per cominciare a “proteggere la libertà” attraverso la distruzione di tutte quelle libertà e quei diritti rimasti ai cittadini americani prima dell’11 settembre (di fatto avevano già ricevuto l’autorizzazione a procedere). Si può contare sulla grande maggioranza dei nordamericani che come pecore approvano belando, almeno nel breve periodo, nella convinzione che le implicazioni sgradevoli delle loro azioni spetteranno solo ad altri.
Ah, per non parlare della “Compagnia”5.
Un’idea probabilmente anche più infelice è quella, all’improvviso in voga, secondo cui la CIA sarebbe in grado di localizzare le “minacce terroristiche”, “sradicarne le infrastrutture” laddove esistono e “annichilirle” prima che riescano a materializzarsi se solo avesse l’autorizzazione a rafforzare senza limitazioni la “capacità di raccolta dei dati sensibili sui singoli individui” (con tanto di operazioni d’assalto dentro agli Stati Uniti, ovviamente).
Sì, giusto.
Dal momento che l’attenzione collettiva degli statunitensi dura al massimo quindici minuti, sembra opportuno rinfrescare loro le idee: in Vietnam nel 1968 la “Compagnia” disponeva di 25mila persone come “personale di intelligence” per la raccolta di informazioni, e non è riuscita neanche a prevedere l’offensiva del Tet. Dio solo sa quante spie ha schierato contro l’URSS all’epoca della versione reaganiana della guerra fredda, ed è stata colta di sorpresa dal crollo dell’Unione Sovietica. Riguardo alla distruzione delle “infrastrutture terroristiche”, è opportuno ricordarsi dell’operazione Phoenix, un altro prodotto della stagione di attività in Vietnam. In quel caso, la CIA ingaggiò unità speciali statunitensi, come la Navy Seals and Army Special Forces, e di paesi amici – i ranger sudvietnamiti, ad esempio, o le SAS australiane – per andarsene in giro a “neutralizzare” i popoli considerati guerriglieri dalle orde di spie della Compagnia (come quelli che ai giorni nostri sono chiamati terroristi).
Vi suona familiare?
Più di 40mila persone – molte delle quali semplici civili, come si è appreso in seguito – sono state assassinate dagli squadroni d’assalto prima che i guerriglieri, più forti che mai, spingessero gli Stati Uniti e i loro collaboratori fuori dal Vietnam. E questi sarebbero i tipi che salverebbero il paese, se solo potessero fare a modo loro in America del Nord?
L’impatto delle attività di antiterrorismo sulle capacità operative delle squadre di combattimento dell’11 settembre sarebbe pari a zero.
Al contrario, è probabile che aprano loro la strada (è andata proprio in questo modo in posti come l’Irlanda del Nord). E, dato che un obiettivo chiave degli assalti al Pentagono e alle Torri gemelle era quello di togliere agli statunitensi il lusso di trarre comodamente beneficio dai loro genocidi, si può affermare che una diffusione ancora più estesa della mentalità poliziesca, già pervasiva in questo paese, conferma la vastità della loro vittoria.
Riguardo alla proporzione e all’intenzione
Per come stanno le cose adesso, i “terroristi arabi” hanno risposto alla lunga e massiccia campagna terroristica di bombardamento dell’Iraq con un totale di quattro assalti esplosivi all’interno del territorio statunitense, includendo anche l’esplosione al World Trade Center del 1993. Si tratta di circa l’un percento delle 50mila bombe che il Pentagono ha ammesso di aver fatto cadere su Baghdad solo durante la Prima guerra del Golfo (aggiungete l’esplosione di Oklahoma City e avrete qualcosa di più vicino all’un percento pieno).
In quell’operazione sono riusciti a uccidere circa 5.0006 nordamericani, grossomodo l’un percento dei bambini iracheni uccisi (la percentuale è molto più piccola se si conteggiano le uccisioni di civili iracheni adulti, per non parlare dei militari massacrati mentre si stavano arrendendo – o immediatamente dopo – e dopo la proclamazione del “cessate-il-fuoco”).
Per usare parole più comprensibili al nordamericano medio, con la mente calibrata su profitto e proprietà, hanno abbattuto una mezza dozzina di edifici – sebbene li abbiano scelti con cura – di contro alla “devastazione strategica” che ha colpito l’Iraq nel suo complesso; hanno poi fatto un buco di 100 miliardi di dollari nelle prospettive di guadagno degli azionisti delle grandi società di capitali, di contro alla distruzione dell’intera economia irachena da parte degli Stati Uniti.
In questo modo, hanno restituito agli americani una piccola dose della loro medicina. Può sembrare una faccenda di mera “vendetta” o “punizione”, e senza dubbio l’America se l’è meritata, anche se in ultima analisi il danno inflitto sarà insignificante.
Il problema è che di solito si parla di vendetta in termini di “rivalsa”, un concetto che in questo caso è assolutamente inapplicabile. Come indicano i dati sopra citati, servirebbero altre 49.996 esplosioni, capaci di uccidere altri 495mila americani, perché i “terroristi” possano “rivalersi” almeno del bombardamento di Baghdad e dello sterminio dei bambini iracheni (le cifre si riferiscono alla Prima guerra del Golfo, ndt). E questo solo per raggiungere la parità numerica. Per arrivare a un’effettiva parità nei danni – considerato che gli Stati Uniti sono 15 volte più grandi dell’Iraq in termini di popolazione, e anche di più per quanto riguarda l’estensione del territorio – dovrebbero come minimo far esplodere altri 300mila edifici e uccidere qualcosa come 7,5 milioni di persone.
Fosse stato questo l’intento di chi è entrato negli Stati Uniti per muovere loro guerra, resterebbe ugualmente vero che gli Stati Uniti e gli statunitensi starebbero solo pagando il prezzo delle loro azioni. Ripagare, come si dice, è un compito difficile (chiedetelo ai tedeschi). Non c’è però motivo di credere che la parità di retribuzione sia necessariamente il movente principale di chi ha progettato l’operazione del Pentagono e delle Torri gemelle. Altrimenti, dal momento che possedevano la capacità di infliggere un danno molto più rilevante, ci sarebbero adesso molti più cadaveri di nordamericani distesi in giro.
Pertanto si può concludere che i vaneggiamenti trasmessi dai mezzi d’informazione sull’11 settembre contenevano almeno un granello di verità: i popoli del Medio Oriente “non sono come” gli statunitensi, anche perché non valutano la vita alla stessa maniera. Con questo bisognerebbe intendere che la gente del Medio Oriente, al contrario dei nordamericani, non ha una storia di sterminio altrui per un movente solo economico o un’intenzione razziale. Quindi possiamo apprezzare il fatto che valutano la vita – tutte le vite, non solo la loro – molto più di quanto non facciano i loro omologhi americani.
La costruzione di una strategia umanitaria
Nel complesso si può osservare un certo ottimismo – che si potrebbe anche chiamare umanitarismo – nel pensiero di chi ha diretto quella serie circoscritta di azioni che ha portato all’11 settembre.
La loro logica sembra essersi sviluppata a partire dall’idea che il popolo nordamericano abbia giustificato ciò che è ed è stato fatto in suo nome – anzi, che in gran parte ne sia complice – soprattutto perché non ha idea di come ci si sente a stare dalla parte delle vittime.
Adesso lo sanno.
Questo era l’aspetto “terapeutico” degli attacchi.
A quanto pare, vogliono dare al farmaco un po’ di tempo per fare effetto e scuotere gli statunitensi fino a fargli comprendere che il tipo di dolore che adesso stanno provando sulla propria pelle non è diverso – o al massimo è un po’ più straziante – da quello che in maniera molto disinvolta hanno inflitto agli altri, in modo che possano così reagire nel modo più appropriato.
A essere ancora più franchi, la speranza era – e può darsi che sia ancora – che i nordamericani, privi della loro presunta immunità dalle conseguenze del loro comportamento, comprendessero e agissero sulla base di un semplice ragionamento: “smettetela di uccidere i nostri bambini, se volete che i vostri siano al sicuro”.
In altre parole, un approccio sul modello della “terapia della realtà”, finalizzato a offrire al popolo statunitense un’opportunità per poter finalmente fare “la cosa giusta” in maniera autonoma, senza ulteriori pressioni.
Se i nordamericani agissero sulla base della buona fede – ribellandosi in gran numero e facendo quanto necessario per imporre l’immediata revoca delle sanzioni contro l’Iraq, ad esempio, o magari facendo pendere dalla forca qualche esponente della nutrita scorta di grandi criminali di guerra (viene subito in mente Henry Kissinger, insieme a Madeleine Albright, Colin Powell, Bill Clinton e George il Vecchio) – ci sarebbe ogni ragione per aspettarsi che le operazioni militari contro gli Stati Uniti sul fronte interno sarebbero inmediatamente sospese.
Se rimarranno tali, dipenderà dai prossimi eventi. Tra questi andrebbe considerato l’obbligo per i nordamericani di accettare sul loro territorio delle ispezioni di osservatori internazionali per verificare l’effettiva distruzione delle armi di distruzione di massa (insieme alla distruzione di tutte le strutture adibite alla loro costruzione). Potrebbero bastare anche solo dei processi sullo stile di quelli di Norimberga, in cui qualche migliaio di persone, della cerchia militare e del mondo degli affari, siano giudicate e punite per i loro crimini contro l’umanità, insieme al pagamento di riparazioni a quei popoli e nazioni le cui ricchezze sono state saccheggiate nel corso degli anni.
Dal momento che questi non hanno dato segno di essere irragionevoli o vendicativi, ci si può anche aspettare che, dopo un periodo di aggiustamento e rieducazione (soprattutto per permettere agli statunitensi di acquisire le capacità di vivere del loro lavoro), tornati a controllare il proprio destino grazie al coraggioso sacrificio delle squadre d’assalto delle Torri Gemelle e del Pentagono, da ultimo riammettano i nordamericani nella cerchia delle società civili. Sono successe cose ancor più strane.
In alternativa
Sfortunatamente, per quanto nobili, queste aspirazioni umanitarie sono sempre destinate a rimanere insoddisfatte. Fosse andata altrimenti, sarebbe prevalsa tra il nordamericano medio una più elevata qualità di carattere e di intelletto di quella che conosciamo. Forse gli strateghi hanno sottostimato l’impatto che il peso di un paio di generazioni di indottrinamento mediatico può produrre in termini di demolizione della capacità degli uomini di formare pensieri coerenti. Forse hanno dimenticato di calcolare gli effetti di sopore mentale di quell’indottrinamento che negli USA viene spacciato come pubblica istruzione. È possibile che fossero consapevoli del fatto che una decisiva maggioranza degli adulti nordamericani è oramai ridotta ai nostri giorni più a un livello di immediata gratificazione, sul modello pavloviano dello stimolo e della risposta, che a una logica elevata, e nonostante tutto si si sono sentiti moralmente obbligati a offrire a quegli zucconi nordamericani una via di fuga, adesso che il gioco è nelle loro mani.
Che diamine! Tanto valeva provarci.
Ma sta diventando sempre più evidente che la dose di medicina somministrata non è stata assolutamente sufficiente per realizzare il suo scopo.
Sebbene ci siano state senza dubbio delle eccezioni, i nordamericani non riescono ancora a entrare in questa logica.
Hanno già profanato la tomba momentanea di quelli che sono stati uccisi nel World Trade Center, organizzando vivaci manifestazioni in cima ai resti straziati di quelli che dichiarano di onorare, trattando l’intera vicenda come se fosse una qualche strana varietà di sport di contatto. Ovviamente c’erano le inevitabili pon pon che formavano la bandiera americana, i vestiti del colore della scuola e i nastrini rossi, bianchi e blu attaccati a ogni etichetta, i presentatori dei notiziari sportivi travestiti da “esperti di anti-terrorismo” che sbrodolavano commenti a vanvera subito prima dell’incontro.
Rifiutando l’idea che il mondo sia di colpo uscito dai suoi binari, e che non sono quindi più al potere, gli statunitensi sono regrediti in maniera istantanea al tipo ideale, sfogando la loro solita brama di sangue secondo il presupposto, ormai obsoleto, che la carneficina colpirà “naturalmente” qualcun altro in qualche altro posto.
“Il patriottismo”, ha osservato una volta un saggio, “è l’ultimo rifugio dei mascalzoni”.
E dei portatori di medaglie, avrebbe dovuto aggiungere.
George Junior, gallonato mascalzone in capo, incapace anche di mettere un limite ai propri desideri, ha fatto squadra con un branco di preti fondamentalisti cristiani del calibro di Billy Graham per lanciare una “nuova crociata” battezzata con il nome di “Giustizia Infinita” e “liberare il mondo dal male”.
Per gettar luce su questa retorica, si può sottolineare quanto sia sconveniente che un figlio minacci il padre in questo modo – o che un presidente prenda in considerazione l’omicidio/suicidio di se stesso e del proprio governo –, ma il fatto è mortalmente serio.
Si stanno preparando ancora una volta ad arrostire migliaia di bambini dalla pelle scura. I bombardieri B-1 e le portaerei e le lanciamissili sono già sulla loro rotta, le divisioni aeree si stanno preparando.
Per dove? L’Afghanistan?
Il Sudan?
L’Iraq, di nuovo (o ancora)?
E se fosse Grenada? (questo sarebbe divertente).
L’uno o l’altra, non fa differenza.
Il desiderio di prendere a pugni chi è indifeso è sempre più accanito.
Solo che questa volta è diverso.
Questa volta gli indifesi non sono – o almeno non sono così tanto – indifesi.
Questa volta, da qualche parte, forse in una grotta di una montagna dell’Afghanistan, forse in un seminterrato di Brooklyn, forse da tutt’altra parte – ma da qualche parte, nonostante tutto – c’è un uomo o una donna dal viso spietato con un sorriso degno di Clint Eastwood.
“Avanti, bulletti”, dirà, “fatemi divertire!”
E quando questo accadrà, quando lanceranno gli attacchi aerei fuori dai loro paesi – può darsi che passi del tempo, dipenderà dai programmi dei “terroristi”, in un luogo di loro scelta – la prossima dose intensiva di medicina verrà somministrata proprio qui, “a casa nostra”.
Di cosa sarà fatta questa volta? Antrace? Iprite? Sarin? Un’esplosione nucleare strategica?
Anche questa sarà una loro scelta.
Guardandosi indietro, le prossime generazioni non si spiegheranno perché i nordamericani, agendo da soli e in tempo per riuscire a salvarsi, non siano stati capaci di accettare una legge della natura tanto elementare da poter essere declamata da un attore, Lawrence Fishburn, nel film Cotton Club.
“Dovete imparare”, recita la frase, “che se attaccate la gente, prima o poi qualcuno contrattacca”.
Come è successo.
Come doveva succedere.
Come senza dubbio hanno voluto.
C’è giustizia, in questa simmetria.
Note
1. Tendenzialmente si è scelto di tradurre Americans con “statunitensi” o “nordamericani” per combattere il monopolio d’uso su un termine che si applica con uguale ragione ai latinoamericani, ndt.
2. Oltre a significare “non sapere”, “ignorare” vuol dire anche “far finta di non conoscere”, ndt.
3. Personaggio della saga cinematografica di Guerre stellari, cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Jabba_the_Hutt ndt.
4. Uomo politico statunitense, a lungo capo del FBI, v. http://it.wikipedia.org/wiki/Edgar_John_Hoover ndt.
5. La CIA, ndt.
6. Churchill ha scritto questo articolo quando il numero delle vittime era ancora sovrastimato rispetto alla realtà dei fatti. La cifra ufficiale indica un numero complessivo di 2.986 vittime per gli attacchi del 11 settembre 2001, ndt.